Anno I              n.3                   

Ottobre 2009

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

Violenza sulle donne:

un problema antico,

di difficile soluzione

di Serena Intelisano

Servirebbe un "salto culturale"

radicale. Bene l'introduzione

dello stalking, inutili le ronde.

Il carnefice spesso in famiglia

 

 

 

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«Un profondo cambiamento culturale può arginare il problema della violenza alle donne, non l'inasprimento delle pene o la castrazione». Con queste parole Dacia Maraini parla di una delle piaghe della società che ancora sopravvive dall’antichità. Un cambiamento culturale, dunque, è quello che la scrittrice di origini siciliane auspica, e lo fa portando in giro per il mondo, uno spettacolo teatrale tratto dal suo libro Passi affrettati (Ianieri Edizioni), con il supporto di Amnesty International, a cui, tra l’altro, sono devoluti i proventi del diritto d’autore sul testo.

 

Passi affrettati è una raccolta di casi di violenze subite dalle donne. Dalla Cina alla Giordania, dalla Nigeria agli Stati Uniti fino alla “civilissima” Europa, queste storie non conoscono differenze geografiche, ma sono tutte accomunate da eguale crudeltà.

Si tratta di avvenimenti realmente accaduti. C’è quella tutta italiana della ragazzina venduta dal fratello al suo usuraio, fratello che l’ha poi tenuta ferma per evitare che si opponesse alla violenza, e che quindi si è reso complice. C’è quella della donna messicana che stanca di essere picchiata dal marito va a denunciarlo alla polizia, che non fa nulla se non una “ramanzina” all’uomo violento, e finisce per essere uccisa. Ci sono poi le storie delle ragazzine che dall’Europa dell’Est vengono in Italia convinte di trovare il paese dei loro sogni, e che invece vengono messe sulla strada.

 

La violenza alle donne, una questione culturale?

Per combattere e impedire che nasca la violenza sarebbe fondamentale disinnescare i meccanismi che l’attivano, abolire le differenze culturali tra uomo e donna. Riferendoci solo alla cosiddetta cultura occidentale, la diversità tra i due sessi è insita in essa, e lo si nota fin da piccoli. Per esempio quando nasce un bambino si espone un fiocco azzurro, quando nasce una bambina invece si espone un fiocco rosa. Ai maschietti si regalano fucili e carri armati giocattolo, alle femminucce si regalano le bambole. Ai bambini si insegna ad essere forti, a non mostrare debolezza (non a caso si dice “non fare la femminuccia”), alle bambine invece si insegna ad essere civettuole.

 

Dunque da sempre la donna è stata considerata il sesso debole, facile da sottomettere. Fin dal passato, in una società profondamente patriarcale la donna non aveva alcun diritto, da bambina, e fin quando rimaneva in famiglia, doveva sottostare al padre, da donna sposata al marito, che tra l'altro non poteva neanche scegliere ma le era imposto dai genitori.

 

Per troppo tempo la donna ha dovuto occuparsi esclusivamente della casa, senza poter aspirare ad avere un lavoro, una propria indipendenza. Ed è stata l’ultima a godere di quei diritti civili e politici propri di una civiltà democratica. In Italia, il diritto di voto alle donne è datato 1946 (il suffragio universale, solo maschile ovviamente, risaliva al 1919, prima della parentesi dittatoriale), e fino al 1975, anno della riforma, vigeva il diritto di famiglia del Codice Rocco, di impostazione nettamente sfavorevole alla donna, in pieno accordo con l’ideologia fascista. Questo tipo di cultura, di abitudini, hanno fatto in modo di far considerare la donna inferiore, e di considerare la violenza su di essa come giustificata.

 

Ancora oggi, sebbene ci troviamo nel XXI secolo, la donna è costretta a subire violenze di ogni genere, e anche se nei telegiornali sono sempre più diffuse le notizie di stupri da parte di extracomunitari (ma solo questi fanno notizia, come se gli italiani fossero un popolo di “santi” sotto questo aspetto), è invece il posto che dovrebbe essere il più sicuro, la propria casa, ad essere un vero e proprio luogo degli orrori.

 

Bastano pochi dati per rendere l’idea. Secondo fonti dell’Istat e del Viminale, in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne hanno subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Il Telefono Rosa (associazione nata nel 1988 per dare loro assistenza) nel 2007 ha ricevuto 1.492 richieste di aiuto, che nel 2008 sono aumentate fino ad arrivare a 1.744 (di cui 1.457 da parte di italiane e 287 da parte di straniere).

Nella maggior parte dei casi sono proprio i partner gli artefici di queste violenze: sempre secondo ricerche del Telefono Rosa, nel 34% dei casi i mariti, nel 12% gli ex-mariti e nell’8% i conviventi. Inoltre, da segnalare che nel 49% dei casi la violenza è di natura psicologica e nel 34% fisica.

 

La famiglia dunque, da nido protettivo può diventare carnefice, e se si tratta di un fenomeno diffuso nei Paesi “sviluppati”, lo è ancora di più nelle aree più povere, come l’Africa o in alcune zone del Medio Oriente o dell’Asia, dove il tempo sembra essersi fermato. Qui la violenza è una normale componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime. Picchiare la propria moglie o figlia infatti fa parte dell’ordine naturale delle cose. In queste zone le donne non godono di alcun diritto (a volte neanche  quello di nascere, come avviene in alcune parti del continente asiatico dove le neonate vengono soffocate alla nascita) e vengono trattate alla stregua di oggetti da vendere, da scambiare, da distruggere.

 

Sono oggetti di proprietà esclusiva del marito: basti pensare ai tanti tipi di velo diffusi nel mondo musulmano, a partire da quello che copre tutto, il burqa. Certo, ci sono donne che lo scelgono, ci sono casi di ragazze che si convertono all’Islam e decidono di metterselo. Ma quello attiene alla libertà di scelta. Ma c’è chi questa libertà, come è noto, non ce l’ha! Guai a vestire “all’Occidentale” in Iran! E se, per miracolo, ti concedono di giocare a calcio o a tennis, ti devi coprire le gambe e le braccia, con evidente grossa sofferenza fisica, e una cosa del genere viene, addirittura, criticata duramente dalle persone più integraliste, che la ritengono una cosa inaccettabile perché gli altri uomini riescono ad immaginare le forme fisiche (che sono di proprietà del marito, non dimentichiamolo!). Se una donna rimane incinta fuori dal matrimonio, o non accetta l’uomo scelto per lei dalla famiglia, quello che l’ha aspetta è la morte, o, se è più “fortunata”, viene sfigurata con l’acido o con il fuoco oppure lapidata. E in questi casi la sentenza della famiglia, o delle leggi religiose, è più forte di quella delle istituzioni civili e giuridiche.

 

A dimostrazione di ciò come non ricordare la storia (stavolta, e per fortuna, a lieto fine) di Amina, una donna nigeriana condannata nel 2002 dalla legge islamica, la Sharia,  alla lapidazione con l’accusa di adulterio. A seguito di un’imponente mobilitazione dei mass media di tutto il mondo, il caso fu riportato sui principali telegiornali, quotidiani e siti Web. I numerosi appelli che seguirono questa campagna di sensibilizzazione, portarono all’assoluzione della donna. Ma Amina è purtroppo solo un caso isolatissimo.

Come non ricordare, infine, la terribile tortura dell’infibulazione, praticata soprattutto in Africa sulle bambine?

 

Alla ricerca di una soluzione...

In Italia, nei primi mesi del 2009, si è verificata un’escalation di violenze sessuali che ha creato una sorta di isteria collettiva, fomentata senza troppi scrupoli dai mass media e culminata nell’idea, diffusa, di farsi giustizia da sé, di controllare da sé il territorio data la mancanza dello Stato, attraverso le “ronde” di liberi cittadini. Ma se era necessario che il governo intervenisse su una questione delicata come quella della violenza sulle donne, è riprovevole che ciò sia avvenuto solo in seguito a questi accadimenti, su spinta dell’opinione pubblica.

 

In ogni caso, si è arrivati all’introduzione di questo problema nel Ddl 733 sulla sicurezza – divenuto legge nel mese di luglio (Legge n. 94/2009 Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) – dal quale poi è stato scorporato attraverso la presentazione di un disegno di legge approvato con maggioranza bipartisan dalla Camera il 14 luglio ed ora all’esame del Senato. L'appena citato Ddl sulla violenza sessuale prevede carcere da 6 a 12 anni per chi commette violenza sessuale, tempi di prescrizione raddoppiati, pene più forti se la violenza viene commessa su minori, l'intervento in giudizio dell'Ente Locale e della Presidenza del Consiglio, iniziative scolastiche contro la violenza e la discriminazione sessuale. Infine, è stata stralciata, per fortuna, la norma cosiddetta “wanted”: tale disposizione prevedeva che il questore potesse disporre l’affissione – in luoghi o esercizi pubblici e sui mezzi di trasporto – dell’identikit o della foto segnaletica del ricercato per delitti di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni o violenza sessuale di gruppo, in caso vi fosse il sospetto che si potessero trovare nel territorio provinciale, questo ha consentito una approvazione con voto trasversale del provvedimento. 

 

Inoltre, dal 25 febbraio è in vigore la legge che introduce, finalmente, il reato di stalking (termine inglese che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità), con pene variabili dai 6 mesi ai 4 anni. Il Decreto Legge 23 febbraio 2009 n.11 Disposizioni in materia di violenza sessuale, esecuzione dell'espulsione e controllo del territorio contiene una modifica al Codice Penale, l'art. 612-bis (Atti persecutori): «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita». Dall'entrata in vigore del Decreto Legge sono subito scattate le prime condanne, come quella  a 8 mesi per  un ragazzo genovese di 23 anni, arrestato il 7 marzo scorso per aver perseguitato la sua ex-fidanzata, o quella ancora più esemplare di 6 anni, risalente allo scorso maggio, ad un uomo di 54 anni originario di Castellammare di Stabia che perseguitava da tempo l'ex-moglie.

 

Il Ministro alle Pari Opportunità, Mara Carfagna, si è detta soddisfatta di questa norma, perché «è previsto che la vittima si possa rivolgere al questore che può “ammonire” il colpevole, nonché il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa».

 

È stato anche dato il via libera alle ronde, che non saranno armate «ma dotate solo di telefonini e ricetrasmittenti con cui avvertire le forze dell’ordine». Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha precisato che sarà data precedenza a persone esperte, ex poliziotti, carabinieri e agenti di altri corpi dello stato: «persone che sanno quello che fanno», inoltre gli agenti saranno volontari e i loro nomi saranno noti in prefettura. In relazione al tema che stiamo affrontano, queste ronde dovrebbero essere efficaci per contrastarlo, soprattutto attraverso il pattugliamento notturno di parchi e aree poco illuminate.

 

Appare però del tutto inefficace e populistica la pretesa del governo di far passare le ronde come uno strumento di prevenzione del crimine. Tra l’altro non si capisce bene quale sia la differenza con un cittadino che denuncia un reato, e anzi si crea anche il rischio che comuni cittadini ricorrano alla forza sostituendosi di fatto allo Stato, che è l’unico detentore legittimo di questa forma di controllo in una democrazia moderna. C’è poi un’altra contraddizione di fondo: si “istituiscono” queste ronde, quando sarebbe più giusto e legale che i controlli li facciano i poliziotti e i carabinieri, ma allo stesso tempo si tagliano milioni di euro di fondi alle forze dell’ordine (e di pochi giorni fa la notizia che la polizia non ha la benzina e le auto rimangono perciò nelle rimesse!). Senza contare poi che, come prontamente accaduto, si apre la strada ad una sorta di “legalizzazione” di gruppi neofascisti, anzi, forse di più, visto che sfregiano simboli nazisti sulla “divisa” (chiaro il riferimento alle romane “Ronde nere” – che oltre agli S.P.Q.R. e aquile di rito hanno pure il Sole nero); va detto comunque che la legge, almeno sulla carta, vieta la vigilanza territoriale politicamente caratterizzate (ma allora le ronde padane, esistenti da dieci anni verranno sciolte? Non pensiamo proprio...).

 

Il problema, in realtà, va affrontato molto più in profondità: la distinzione tra i sessi e il bilanciamento del potere tra donne e uomini deve essere rivisto a tutti i livelli della società. Combattere la violenza contro le donne richiede di cambiare il modo in cui i ruoli e le relazioni di potere sono articolate nella società.

 

Si tratta, appunto, della necessità di un cambiamento culturale. Modificare però l’attitudine e la mentalità delle persone verso le donne necessiterà di un processo molto lungo. Accrescere la consapevolezza del problema della violenza contro le donne, ed istruire i ragazzi e gli uomini a considerare le donne come componenti  importanti nella vita, nello sviluppo di una società e nel raggiungimento di pace sono altrettanto importanti quanto intraprendere azioni legali per proteggere i diritti delle donne. È inoltre importante per impedire i maltrattamenti che siano usati mezzi non violenti per risolvere il conflitto. La rottura del ciclo di soprusi richiederà la collaborazione e l’azione concordata fra gli attori governativi e non governativi, compresi gli educatori, le autorità della sanità, i legislatori, l’ordinamento giudiziario ed i mass media.

 

Anche in tal senso, ben vengano le campagne di sensibilizzazione e gli incontri di dibattito e riflessione, come per esempio la Conferenza internazionale sul tema che si è svolta a Roma lo scorso settembre.

 

Serena Intelisano

 

(Nell'immagine: il manifesto realizzato da Amnesty International)

 

(www.excursus.org, anno I, n. 3, ottobre 2009)

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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