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«Un profondo cambiamento culturale può arginare
il problema della violenza alle donne, non
l'inasprimento delle pene o la castrazione». Con
queste parole Dacia Maraini parla di una delle
piaghe della società che ancora sopravvive
dall’antichità. Un cambiamento culturale, dunque, è
quello che la scrittrice di origini siciliane
auspica, e lo fa portando in giro per il mondo, uno
spettacolo teatrale tratto dal suo libro Passi
affrettati (Ianieri Edizioni), con il supporto
di Amnesty International, a cui, tra l’altro, sono
devoluti i proventi del diritto d’autore sul testo.
Passi affrettati
è una raccolta di casi di violenze subite dalle
donne. Dalla Cina alla Giordania, dalla Nigeria agli
Stati Uniti fino alla “civilissima” Europa, queste
storie non conoscono differenze geografiche, ma sono
tutte accomunate da eguale crudeltà.
Si tratta di avvenimenti realmente accaduti. C’è
quella tutta italiana della ragazzina venduta dal
fratello al suo usuraio, fratello che l’ha poi
tenuta ferma per evitare che si opponesse alla
violenza, e che quindi si è reso complice. C’è
quella della donna messicana che stanca di essere
picchiata dal marito va a denunciarlo alla polizia,
che non fa nulla se non una “ramanzina” all’uomo
violento, e finisce per essere uccisa. Ci sono poi
le storie delle ragazzine che dall’Europa dell’Est
vengono in Italia convinte di trovare il paese dei
loro sogni, e che invece vengono messe sulla strada.
La violenza alle donne, una questione culturale?
Per combattere e impedire che nasca la violenza
sarebbe fondamentale disinnescare i meccanismi che
l’attivano, abolire le differenze culturali tra uomo
e donna. Riferendoci solo alla cosiddetta cultura
occidentale, la diversità tra i due sessi è insita
in essa, e lo si nota fin da piccoli. Per esempio
quando nasce un bambino si espone un fiocco azzurro,
quando nasce una bambina invece si espone un fiocco
rosa. Ai maschietti si regalano fucili e carri
armati giocattolo, alle femminucce si regalano le
bambole. Ai bambini si insegna ad essere forti, a
non mostrare debolezza (non a caso si dice “non fare
la femminuccia”), alle bambine invece si insegna ad
essere civettuole.
Dunque da sempre la donna è stata considerata il
sesso debole, facile da sottomettere. Fin dal
passato, in una società profondamente patriarcale la
donna non aveva alcun diritto, da bambina, e fin
quando rimaneva in famiglia, doveva sottostare al
padre, da donna sposata al marito, che tra l'altro
non poteva neanche scegliere ma le era imposto dai
genitori.
Per troppo tempo la donna ha dovuto occuparsi
esclusivamente della casa, senza poter aspirare ad
avere un lavoro, una propria indipendenza. Ed è
stata l’ultima a godere di quei diritti civili e
politici propri di una civiltà democratica. In
Italia, il diritto di voto alle donne è datato 1946
(il suffragio universale, solo maschile ovviamente,
risaliva al 1919, prima della parentesi
dittatoriale), e fino al 1975, anno della riforma,
vigeva il diritto di famiglia del Codice Rocco,
di impostazione nettamente sfavorevole alla donna,
in pieno accordo con l’ideologia fascista. Questo
tipo di cultura, di abitudini, hanno fatto in modo
di far considerare la donna inferiore, e di
considerare la violenza su di essa come
giustificata.
Ancora oggi, sebbene ci troviamo nel XXI secolo, la
donna è costretta a subire violenze di ogni genere,
e anche se nei telegiornali sono sempre più diffuse
le notizie di stupri da parte di extracomunitari (ma
solo questi fanno notizia, come se gli italiani
fossero un popolo di “santi” sotto questo aspetto),
è invece il posto che dovrebbe essere il più sicuro,
la propria casa, ad essere un vero e proprio luogo
degli orrori.
Bastano pochi dati per rendere l’idea. Secondo fonti
dell’Istat e del Viminale, in Italia più di 6
milioni e mezzo di donne hanno subito una volta
nella vita una forma di violenza fisica o sessuale.
Il Telefono Rosa (associazione nata nel 1988 per
dare loro assistenza) nel 2007 ha ricevuto 1.492
richieste di aiuto, che nel 2008 sono aumentate fino
ad arrivare a 1.744 (di cui 1.457 da parte di
italiane e 287 da parte di straniere).
Nella maggior parte dei casi sono proprio i partner
gli artefici di queste violenze: sempre secondo
ricerche del Telefono Rosa, nel 34% dei casi i
mariti, nel 12% gli ex-mariti e nell’8% i
conviventi. Inoltre, da segnalare che nel 49% dei
casi la violenza è di natura psicologica e nel 34%
fisica.
La famiglia dunque, da nido protettivo può diventare
carnefice, e se si tratta di un fenomeno diffuso nei
Paesi “sviluppati”, lo è ancora di più nelle aree
più povere, come l’Africa o in alcune zone del Medio
Oriente o dell’Asia, dove il tempo sembra essersi
fermato. Qui la violenza è una normale componente
del tessuto culturale e non viene identificata come
tale neppure dalle sue vittime. Picchiare la propria
moglie o figlia infatti fa parte dell’ordine
naturale delle cose. In queste zone le donne non
godono di alcun diritto (a volte neanche quello di
nascere, come avviene in alcune parti del continente
asiatico dove le neonate vengono soffocate alla
nascita) e vengono trattate alla stregua di oggetti
da vendere, da scambiare, da distruggere.
Sono oggetti di proprietà esclusiva del marito:
basti pensare ai tanti tipi di velo diffusi nel mondo
musulmano, a partire da quello che copre tutto, il
burqa. Certo, ci sono donne che lo scelgono, ci sono
casi di ragazze che si convertono all’Islam e
decidono di metterselo. Ma quello attiene alla
libertà di scelta. Ma c’è chi questa libertà, come è
noto, non ce l’ha! Guai a vestire “all’Occidentale”
in Iran! E se, per miracolo, ti concedono di giocare
a calcio o a tennis, ti devi coprire le gambe e le
braccia, con evidente grossa sofferenza fisica, e
una cosa del genere viene, addirittura, criticata
duramente dalle persone più integraliste, che la
ritengono una cosa inaccettabile perché gli altri
uomini riescono ad immaginare le forme fisiche (che
sono di proprietà del marito, non dimentichiamolo!).
Se una donna rimane incinta fuori dal matrimonio, o
non accetta l’uomo scelto per lei dalla famiglia,
quello che l’ha aspetta è la morte, o, se è più
“fortunata”, viene sfigurata con l’acido o con il
fuoco oppure lapidata. E in questi casi la sentenza
della famiglia, o delle leggi religiose, è più forte
di quella delle istituzioni civili e giuridiche.
A dimostrazione di ciò come non ricordare la storia
(stavolta, e per fortuna, a lieto fine) di Amina,
una donna nigeriana condannata nel 2002 dalla legge
islamica, la Sharia, alla lapidazione con
l’accusa di adulterio. A seguito di un’imponente
mobilitazione dei mass media di tutto il mondo, il
caso fu riportato sui principali telegiornali,
quotidiani e siti Web. I numerosi appelli che
seguirono questa campagna di sensibilizzazione,
portarono all’assoluzione della donna. Ma Amina è
purtroppo solo un caso isolatissimo.
Come non ricordare, infine, la terribile tortura
dell’infibulazione, praticata soprattutto in Africa
sulle bambine?
Alla ricerca di una soluzione...
In Italia, nei primi mesi del 2009, si è verificata
un’escalation di violenze sessuali che ha creato una
sorta di isteria collettiva, fomentata senza troppi
scrupoli dai mass media e culminata nell’idea,
diffusa, di farsi giustizia da sé, di controllare da
sé il territorio data la mancanza dello Stato,
attraverso le “ronde” di liberi cittadini. Ma se era
necessario che il governo intervenisse su una
questione delicata come quella della violenza sulle
donne, è riprovevole che ciò sia avvenuto solo in
seguito a questi accadimenti, su spinta
dell’opinione pubblica.
In ogni caso, si è arrivati all’introduzione di
questo problema nel Ddl 733 sulla sicurezza –
divenuto legge nel mese di luglio (Legge n. 94/2009
Disposizioni in materia di sicurezza pubblica)
– dal quale poi è stato scorporato attraverso la
presentazione di un disegno di legge approvato con
maggioranza bipartisan dalla Camera il 14 luglio ed
ora all’esame del Senato. L'appena citato Ddl sulla
violenza sessuale prevede carcere da 6 a 12 anni per
chi commette violenza sessuale, tempi di
prescrizione raddoppiati, pene più forti se la
violenza viene commessa su minori, l'intervento in
giudizio dell'Ente Locale e della Presidenza del
Consiglio, iniziative scolastiche contro la violenza
e la discriminazione sessuale. Infine, è stata
stralciata, per fortuna, la norma cosiddetta
“wanted”: tale disposizione prevedeva che il
questore potesse disporre l’affissione – in luoghi o
esercizi pubblici e sui mezzi di trasporto –
dell’identikit o della foto segnaletica del
ricercato per delitti di violenza sessuale, atti
sessuali con minorenni o violenza sessuale di
gruppo, in caso vi fosse il sospetto che si
potessero trovare nel territorio provinciale, questo
ha consentito una approvazione con voto trasversale
del provvedimento.
Inoltre, dal 25 febbraio è in vigore la legge che
introduce, finalmente, il reato di stalking
(termine inglese che indica una serie di
atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge
un’altra persona, perseguitandola ed ingenerando
stati di ansia e paura, che possono arrivare a
comprometterne il normale svolgimento della
quotidianità), con pene variabili dai 6 mesi ai 4
anni. Il Decreto Legge 23 febbraio 2009 n.11
Disposizioni in materia di violenza sessuale,
esecuzione dell'espulsione e controllo del
territorio contiene una modifica al Codice
Penale, l'art. 612-bis
(Atti persecutori):
«Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è
punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni
chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta
taluno in modo da cagionare un perdurante e grave
stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un
fondato timore per l'incolumità propria o di un
prossimo congiunto o di persona al medesimo legata
da relazione affettiva ovvero da costringere lo
stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».
Dall'entrata in vigore del Decreto Legge sono subito
scattate le prime condanne, come quella a 8 mesi
per un ragazzo genovese di 23 anni, arrestato il 7
marzo scorso per aver perseguitato la sua ex-fidanzata, o quella ancora più esemplare di 6 anni,
risalente allo scorso maggio,
ad un uomo di 54 anni originario di Castellammare di Stabia che perseguitava da tempo l'ex-moglie.
Il Ministro alle Pari Opportunità, Mara Carfagna, si
è detta soddisfatta di questa norma, perché «è
previsto che la vittima si possa rivolgere al
questore che può “ammonire” il colpevole, nonché il
divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla
persona offesa».
È stato anche dato il via libera alle
ronde, che non saranno armate «ma
dotate solo di telefonini e ricetrasmittenti con cui
avvertire le forze dell’ordine». Il
Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha precisato
che sarà data precedenza a persone esperte, ex
poliziotti, carabinieri e agenti di altri corpi
dello stato: «persone
che sanno quello che fanno»,
inoltre gli agenti saranno volontari e i
loro nomi saranno noti in prefettura. In relazione
al tema che stiamo affrontano, queste ronde
dovrebbero essere efficaci per contrastarlo,
soprattutto attraverso il pattugliamento notturno di
parchi e aree poco illuminate.
Appare però del tutto inefficace e populistica la
pretesa del governo di far passare le ronde come uno
strumento di prevenzione del crimine. Tra l’altro
non si capisce bene quale sia la differenza con un
cittadino che denuncia un reato, e anzi si crea
anche il rischio che comuni cittadini ricorrano
alla forza sostituendosi di fatto allo Stato, che è
l’unico detentore legittimo di questa forma di
controllo in una democrazia moderna. C’è poi
un’altra contraddizione di fondo: si “istituiscono”
queste ronde, quando sarebbe più giusto e legale che
i controlli li facciano i poliziotti e i
carabinieri, ma allo stesso tempo si tagliano
milioni di euro di fondi alle forze dell’ordine (e
di pochi giorni fa la notizia che la polizia non ha
la benzina e le auto rimangono perciò nelle
rimesse!). Senza contare poi che, come prontamente
accaduto, si apre la strada ad una sorta di
“legalizzazione” di gruppi neofascisti, anzi, forse
di più, visto che sfregiano simboli nazisti sulla
“divisa” (chiaro il riferimento alle romane “Ronde
nere” – che oltre agli S.P.Q.R. e aquile di rito
hanno pure il Sole nero); va detto comunque che la
legge, almeno sulla carta, vieta la vigilanza
territoriale politicamente caratterizzate (ma allora
le ronde padane, esistenti da dieci anni verranno
sciolte? Non pensiamo proprio...).
Il problema, in realtà, va affrontato molto più in
profondità: la distinzione tra i sessi e il
bilanciamento del potere tra donne e uomini deve
essere rivisto a tutti i livelli della società.
Combattere la violenza contro le donne richiede di
cambiare il modo in cui i ruoli e le relazioni di
potere sono articolate nella società.
Si tratta, appunto, della necessità di un
cambiamento culturale. Modificare però l’attitudine
e la mentalità delle persone verso le donne
necessiterà di un processo molto lungo. Accrescere
la consapevolezza del problema della violenza contro
le donne, ed istruire i ragazzi e gli uomini a
considerare le donne come componenti importanti
nella vita, nello sviluppo di una società e nel
raggiungimento di pace sono altrettanto importanti
quanto intraprendere azioni legali per proteggere i
diritti delle donne. È inoltre importante per
impedire i maltrattamenti che siano usati mezzi non
violenti per risolvere il conflitto. La rottura del
ciclo di soprusi richiederà la collaborazione e
l’azione concordata fra gli attori governativi e non
governativi, compresi gli educatori, le autorità
della sanità, i legislatori, l’ordinamento
giudiziario ed i mass media.
Anche in tal senso, ben vengano le campagne di
sensibilizzazione e gli incontri di dibattito e
riflessione, come per esempio la Conferenza
internazionale sul tema che si è svolta a Roma lo
scorso settembre.
Serena Intelisano
(Nell'immagine: il manifesto realizzato da Amnesty
International)
(www.excursus.org,
anno I, n. 3, ottobre 2009)
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