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Ci sono tanti modi
di negare la libertà, fra queste vi è anche quella
di non accettare chi è “diverso”. Ma poi, perché
“diverso”? È un termine che non ci è mai piaciuto.
Amare, o provare attrazione per qualcuno che
appartiene al proprio sesso è un libero sentire, è
una parte
dell’anima dell’essere umano. Chi è che si arroga il
diritto di decidere cosa sia o cosa non sia normale?
Con quale autorità? E se fossero le relazioni
eterosessuali ad essere discriminate, come ci
comporteremmo? Da sempre, e soprattutto in alcune
religioni (in primis quella cattolica e
quella musulmana) l’essere omosessuale è stato
condannato, ritenuto qualcosa si sporco,
qualcosa da nascondere, immorale, addirittura
punibile con la morte.
E nonostante oggi ci
troviamo a vivere nel 2009, nel XXI secolo, un’epoca
che nell’immaginario di tutti faceva pensare ad una
modernità che avrebbe ricoperto tutti gli aspetti
della vita, quindi la piena libertà, la democrazia,
l’assenza delle discriminazioni. A conti fatti non è
così. Ancora oggi ci sono le guerre, c’è la miseria,
si va contro chi è diverso dai “canoni” che qualcuno
più potente ha definito. Ancora oggi essere
omosessuale può costarti la vita, o comunque
mandarti in prigione.
Tuttavia succede che
qualcuno voglia cambiare le cose, e così alla fine
dello scorso anno è stato presentato il progetto di
una Dichiarazione di depenalizzazione universale
dell’omosessualità, un’iniziativa presa dalla
Francia quando si trovava ad avere la Presidenza di
turno dell'Unione Europea, e accolta da tutti i 27
Paesi dell’Ue e da molti Stati facenti parte
dell’Onu, compresi gli Usa che con Barack Obama
hanno invertito la rotta della precedente presidenza
(George W. Bush infatti aveva rifiutato di firmare
il documento).
Il testo chiede che
orientamento sessuale e identità di genere non siano
in alcun caso alla base di pene di qualunque natura
o motivo di
violazione dei diritti umani.
Inoltre fin dall’articolo 1 si riafferma un diritto già
sancito dall’articolo 2 della Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo, ma
evidentemente
non tenuto in considerazione, e cioè il «diritto
a godere dei diritti umani senza distinzioni di
alcun tipo, per ragioni di razza, di colore, di
sesso, di lingua, di
religione, di opinione politica o di altro genere, di
origine nazionale o sociale, di ricchezza, di
nascita o di altra condizione»;
e nel successivo articolo 2 si legge che il «principio
di non-discriminazione che richiede che i diritti
umani siano estesi a tutti gli esseri umani
indipendentemente dall’orientamento sessuale o
dall’identità di genere».
Ma se, da una parte,
la proposta francese ha incontrato il pieno sostegno
degli Stati
membri dell’Unione Europea e dell’Onu, dall’altra,
ha trovato la forte opposizione della Santa Sede
(oltre ovviamente a quella dei Paesi in cui
l’omosessualità è un reato), che ha infatti bocciato
con decisione la proposta di depenalizzazione.
Adducendo complicazioni politiche, e cioè paventando
non solo il rischio di mettere alla gogna quei paesi
che non riconoscono le unioni gay, ma anche quello,
come ha dichiarato il direttore della sala stampa
vaticana Federico Lombardi, di «introdurre una
dichiarazione di valore politico che si può
riflettere in meccanismi di controllo in forza dei
quali ogni norma che non ponga esattamente sullo
stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire
considerata contraria al rispetto dei diritti
dell'uomo».
Ma perché non porre
sulle stesso piano ogni orientamento sessuale? Il
pericolo sarebbe quello di essere tutti uguali? E
come può il Vaticano accettare che nel mondo ci
siano paesi che torturano e uccidono gli esseri
umani? Dovremmo essere tutti uguali “agli occhi di
Dio”...
Eppure è lunga la
lista dei Paesi che non considerano uguali agli
altri gli omosessuali:
sono un’ottantina quelli che hanno leggi che
puniscono gli atti sessuali con persone dello stesso
sesso, con il carcere, le frustate, i lavori
forzati, le multe. La pena capitale è prevista in
Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran,
Mauritania, Nigeria, Somalia, Sudan,Yemen. Il
carcere a vita, invece, è previsto in India,
Bangladesh, Barbados, Birmania, Guyana,
Pakistan, Sierra Leone, Tanzania, Uganda.
La
Chiesa ha paura dell’omosessualità, la ritiene
immorale, perché teme che in tal modo si possano
disgregare le basi della famiglia tradizionale,
dando il via ai tanto temuti matrimoni omosessuali.
Alla vigilia dello scorso Natale, quindi subito dopo la
bocciatura della Santa Sede della proposta di
depenalizzazione presentata dalla Francia, si sono
riuniti ad Addis Abeba i leader religiosi
dell’Etiopia. Erano presenti gli esponenti delle
principali confessioni, compresi i capi degli
ortodossi, dei protestanti e della Chiesa Cattolica.
Tutti costoro hanno approvato all’unanimità un
appello ai legislatori, per chiedere che la condanna
dell’omosessualità – già punita dal Codice penale
etiopico – sia inserita nella Costituzione.
Attualmente per questo
reato è prevista una pena minima di 6 mesi, ma i
firmatari del documento hanno chiesto un
inasprimento delle pene e appunto la sua
introduzione
addirittura
nella Carta fondamentale per mettere definitivamente
al bando questa attitudine.
Ma che rapporto
hanno le istituzioni italiane con i diritti degli
omosessuali?
Lo scorso maggio è
stata presentata la nuova versione del sito del
Ministero delle Pari Opportunità, quello che è
balzato
subito agli occhi è stata l’assenza di ogni riferimento alla
lotta all’omofobia. Infatti nonostante vengano
citate varie categorie di persone soggette a
discriminazioni, dai disabili alle donne, ai bambini
contesi, non vi è alcun riferimento ai gay e
lesbiche (nonché bisessuali e transgender, altri
“diversi”).
Inoltre il Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che
dovrebbe tutelare anche i diritti degli omosessuali,
ha deciso di cancellare la Commissione per i Diritti
e le Pari Opportunità delle Persone Glbt (gay-lesbiche-bisessuali-transgender),
istituita dal precedente ministro, Barbara
Pollastrini, con la motivazione che si trattava del
«risultato di un decreto di Gabinetto, e non era
prevista da nessuna disposizione normativa. Si era
riunita una volta sola, ed è decaduta insieme al governo Prodi. Il ministro Carfagna non ha ritenuto di mantenerla».
Tuttavia questa
Commissione nasceva anche dalla spinta di importanti
risoluzioni e direttive europee in materia, come la
Raccomandazione
dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa
n. 1117 sulla non discriminazione delle persone non
transessuali del 1989, la Risoluzione sulla parificazione dei diritti
di gay e lesbiche nella Comunità Europea
adottata dal Parlamento
Europeo nel 1994, e la Risoluzione sulla Parità
di diritti per gli omosessuali nell'Unione Europea
adottata dal Parlamento Europeo nel 1998.
Nella storia della
Repubblica Italiana, non abbiamo, malgrado la
laicità dei principi, alcuna legge che riguardi
esplicitamente il comportamento omosessuale, sia in
senso repressivo, sia in senso protettivo.
Atteggiamento che non è venuto meno nemmeno con gli
ultimi governi, creando una situazione paradossale.
Da un lato, ed a differenza di molti altri Paesi,
nessuna criminalizzazione o discriminazione del
cittadino gay, dall’altro nessuna approvazione,
soprattutto su richiesta esplicita di alcune
componenti cattoliche, di leggi che regolamentino le
cosiddette “Unioni civili” (Pacs), che tra l’altro
non riguarderebbero solo la comunità Glbt, ma, e in
larga maggioranza, le migliaia di coppie
eterosessuali che decidono di vivere assieme senza
però sposarsi.
Solo nella XIV
Legislatura (2001-2006) sono state emanate leggi
espressamente mirate a vietare la discriminazione in
base all’orientamento sessuale, ma soltanto per
adempiere ad obblighi comunitari. Infatti nel 2003 è
stata recepita, tramite il Decreto Legislativo n.
216, la Direttiva 2000/78/CE sulla parità di
trattamento in materia di occupazione e di lavoro.
In particolare, l’articolo 3, comma 3 del decreto
recita: «nel rispetto dei principi di
proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del
rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di
impresa, non costituiscono atti di discriminazione
ai sensi dell'articolo 2 quelle differenze di
trattamento dovute a caratteristiche connesse alla
religione, alle convinzioni personali, all’handicap,
all’età o all’orientamento sessuale di una persona».
E solo nel 2008 è stata abrogata la disposizione che
attribuisce rilevanza all’orientamento sessuale
nella valutazione di entrata
o permanenza nelle Forze armate, in quelle di
Polizia e nei Vigili del Fuoco.
È evidente che nel
nostro Paese c’è ancora tanto da fare, e siamo in
una situazione vergognosa se paragonata alle
legislazioni di altri Stati europei, come Danimarca
(primo Stato in assoluto a regolamentare le unioni
civili di persone dello stesso o di diverso sesso, nel 1989), Francia
(1999), Germania (2001), Portogallo (2001), Regno
Unito (2005), Slovenia (2005) e Svezia (1994). Senza
dimenticare poi i casi dei Paesi Bassi e della
Spagna dove è addirittura il
matrimonio ad essere aperto a coppie dello stesso
sesso, rispettivamente dal 2001 e dal 2005. E,
infine, per fare un unico esempio al di fuori
dell’Europa, nel 2006 anche il Sudafrica
– primo, e finora unico Stato africano – ha
legalizzato le unioni omosessuali.
L’ultima buona
notizia: l’India!
Quando ormai
sembrava caduto tutto nel dimenticatoio, il 2 luglio
ha avuto luogo una grande vittoria
per la comunità Glbt.
Con una storica sentenza, l’Alta Corte di New Delhi ha
depenalizzato definitivamente l’omosessualità,
giudicando legali i rapporti gay tra adulti
consenzienti, cancellando la cosiddetta Sezione
377 del 1861, una legge risalente all’epoca
coloniale che assimilava i rapporti omosessuali al
«sesso contro natura» e li puniva con il carcere
fino a 10 anni e addirittura con l’ergastolo nei
casi più gravi.
Dove non arriva la politica, spesso arrivano i giudici e la
giustizia. A far emettere la sentenza un gruppo di
gay della Naz Foundation, che da tempo si battono
per i diritti Glbt e lottano contro la pandemia
dell’Aids. Ovviamente erano avversati da gruppi
religiosi cristiani e musulmani.
Va ricordato che in
India, secondo fonti governative e di Ong, sarebbero
milioni gli omosessuali a rischio Aids perché in
tantissimi per paura di essere denunciati e finire
in carcere, non chiedono aiuto e non accedono alle
necessarie cure.
La storica sentenza
arriva dopo un dibattito avviato nei mesi scorsi tra
Parlamento, Governo e giudici. Stando a quanto
dichiarato dal Ministro della Giustizia, Veerappa
Molly, la settimana prima della sentenza, il reato
di omosessualità sarebbe stato comparato a quello di
zoofilia che prevede ad oggi 10 anni di reclusione.
Inoltre il Maulana
Abdul Khalik Madrasi, vice cancelliere di
un’importante scuola islamica nello Stato
settentrionale dell’Uttar Pradesh, aveva ricordato
che «l’omosessualità è vietata dalla sharia
(la legge islamica, Ndr) e proibita
nell’Islam», sbarrando di fatto la porta alla
depenalizzazione. In risposta, il Ministro della
Giustizia aveva espresso la necessità di ascoltare
tutte le forze sociali, compresi i responsabili
religiosi, prima di prendere una decisione. In
seguito alla grande vittoria elettorale conseguita,
gli attivisti avevano visto una possibilità di
sostegno alla loro battaglia in Raul Gandhi,
primogenito di Sonia e segretario generale del
Partito del Congresso, esempio e simbolo per i
giovani indiani, dei quali incarna le aspirazioni e
i sogni. E poi è arrivata la decisione dell’Alta
Corte a chiudere ogni discussione.
La speranza adesso è che l’India diventi un esempio per gli
altri Paesi che negano la libera espressione
dell’essere umano.
Serena Intelisano
(Nella foto:
particolare da The Kiss, dipinto di John
Kirby, 1990)
(www.excursus.org,
anno I, n. 1, agosto 2009)
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