Anno I             n. 1                    Agosto 2009

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

Colpevole. Di cosa?

Di omosessualità (!!!)

Condanna: a morte

di Serena Intelisano

In alcuni Paesi a tanto arrivano

sciagurate e assai incivili leggi.

E in altri Stati, Italia compresa,

la comunità Gblt non è tutelata.

 

 

 

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Ci sono tanti modi di negare la libertà, fra queste vi è anche quella di non accettare chi è “diverso”. Ma poi, perché “diverso”? È un termine che non ci è mai piaciuto. Amare, o provare attrazione per qualcuno che appartiene al proprio sesso è un libero sentire, è una parte dell’anima dell’essere umano. Chi è che si arroga il diritto di decidere cosa sia o cosa non sia normale? Con quale autorità? E se fossero le relazioni eterosessuali ad essere discriminate, come ci comporteremmo? Da sempre, e soprattutto in alcune religioni (in primis quella cattolica e quella musulmana) l’essere omosessuale è stato condannato, ritenuto qualcosa si sporco, qualcosa da nascondere, immorale, addirittura punibile con la morte.

 

E nonostante oggi ci troviamo a vivere nel 2009, nel XXI secolo, un’epoca che nell’immaginario di tutti faceva pensare ad una modernità che avrebbe ricoperto tutti gli aspetti della vita, quindi la piena libertà, la democrazia, l’assenza delle discriminazioni. A conti fatti non è così. Ancora oggi ci sono le guerre, c’è la miseria, si va contro chi è diverso dai “canoni” che qualcuno più potente ha definito. Ancora oggi essere omosessuale può costarti la vita, o comunque mandarti in prigione.

 

Tuttavia succede che qualcuno voglia cambiare le cose, e così alla fine dello scorso anno è stato presentato il progetto di una Dichiarazione di depenalizzazione universale dell’omosessualità, un’iniziativa presa dalla Francia quando si trovava ad avere la Presidenza di turno dell'Unione Europea, e accolta da tutti i 27 Paesi dell’Ue e da molti Stati facenti parte dell’Onu, compresi gli Usa che con Barack Obama hanno invertito la rotta della precedente presidenza (George W. Bush infatti aveva rifiutato di firmare il documento).

Il testo chiede che orientamento sessuale e identità di genere non siano in alcun caso alla base di pene di qualunque natura o motivo di violazione dei diritti umani.

Inoltre fin dall’articolo 1 si riafferma un diritto già sancito dall’articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma evidentemente non tenuto in considerazione, e cioè il «diritto a godere dei diritti umani senza distinzioni di alcun tipo, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione»; e nel successivo articolo 2 si legge che il «principio di non-discriminazione che richiede che i diritti umani siano estesi a tutti gli esseri umani indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere».

 

Ma se, da una parte, la proposta francese ha incontrato il pieno sostegno degli Stati membri dell’Unione Europea e dell’Onu, dall’altra, ha trovato la forte opposizione della Santa Sede (oltre ovviamente a quella dei Paesi in cui l’omosessualità è un reato), che ha infatti bocciato con decisione la proposta di depenalizzazione. Adducendo complicazioni politiche, e cioè paventando non solo il rischio di mettere alla gogna quei paesi che non riconoscono le unioni gay, ma anche quello, come ha dichiarato il direttore della sala stampa vaticana Federico Lombardi, di «introdurre una dichiarazione di valore politico che si può riflettere in meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma che non ponga esattamente sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire considerata contraria al rispetto dei diritti dell'uomo».

 

Ma perché non porre sulle stesso piano ogni orientamento sessuale? Il pericolo sarebbe quello di essere tutti uguali? E come può il Vaticano accettare che nel mondo ci siano paesi che torturano e uccidono gli esseri umani? Dovremmo essere tutti uguali “agli occhi di Dio”...

 

Eppure è lunga la lista dei Paesi che non considerano uguali agli altri gli omosessuali: sono un’ottantina quelli che hanno leggi che puniscono gli atti sessuali con persone dello stesso sesso, con il carcere, le frustate, i lavori forzati, le multe. La pena capitale è prevista in Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Mauritania, Nigeria, Somalia, Sudan,Yemen. Il carcere a vita, invece, è previsto in India, Bangladesh, Barbados, Birmania, Guyana, Pakistan, Sierra Leone, Tanzania, Uganda.

 

La Chiesa ha paura dell’omosessualità, la ritiene immorale, perché teme che in tal modo si possano disgregare le basi della famiglia tradizionale, dando il via ai tanto temuti matrimoni omosessuali.

Alla vigilia dello scorso Natale, quindi subito dopo la bocciatura della Santa Sede della proposta di depenalizzazione presentata dalla Francia, si sono riuniti ad Addis Abeba i leader religiosi dell’Etiopia. Erano presenti gli esponenti delle principali confessioni, compresi i capi degli ortodossi, dei protestanti e della Chiesa Cattolica. Tutti costoro hanno approvato all’unanimità un appello ai legislatori, per chiedere che la condanna dell’omosessualità – già punita dal Codice penale etiopico – sia inserita nella Costituzione. Attualmente per questo reato è prevista una pena minima di 6 mesi, ma i firmatari del documento hanno chiesto un inasprimento delle pene e appunto la sua introduzione addirittura nella Carta fondamentale per mettere definitivamente al bando questa attitudine.

 

Ma che rapporto hanno le istituzioni italiane con i diritti degli omosessuali?

Lo scorso maggio è stata presentata la nuova versione del sito del Ministero delle Pari Opportunità, quello che è balzato subito agli occhi è stata l’assenza di ogni riferimento alla lotta all’omofobia. Infatti nonostante vengano citate varie categorie di persone soggette a discriminazioni, dai disabili alle donne, ai bambini contesi, non vi è alcun riferimento ai gay e lesbiche (nonché bisessuali e transgender, altri “diversi”).

Inoltre il Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che dovrebbe tutelare anche i diritti degli omosessuali, ha deciso di cancellare la Commissione per i Diritti e le Pari Opportunità delle Persone Glbt (gay-lesbiche-bisessuali-transgender), istituita dal precedente ministro, Barbara Pollastrini, con la motivazione che si trattava del «risultato di un decreto di Gabinetto, e non era prevista da nessuna disposizione normativa. Si era riunita una volta sola, ed è decaduta insieme al governo Prodi. Il ministro Carfagna non ha ritenuto di mantenerla».

Tuttavia questa Commissione nasceva anche dalla spinta di importanti risoluzioni e direttive europee in materia, come la Raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa n. 1117 sulla non discriminazione delle persone non transessuali del 1989, la Risoluzione sulla parificazione dei diritti di gay e lesbiche nella Comunità Europea adottata dal Parlamento Europeo nel 1994, e la Risoluzione sulla Parità di diritti per gli omosessuali nell'Unione Europea adottata dal Parlamento Europeo nel 1998.

 

Nella storia della Repubblica Italiana, non abbiamo, malgrado la laicità dei principi, alcuna legge che riguardi esplicitamente il comportamento omosessuale, sia in senso repressivo, sia in senso protettivo. Atteggiamento che non è venuto meno nemmeno con gli ultimi governi, creando una situazione paradossale. Da un lato, ed a differenza di molti altri Paesi, nessuna criminalizzazione o discriminazione del cittadino gay, dall’altro nessuna approvazione, soprattutto su richiesta esplicita di alcune componenti cattoliche, di leggi che regolamentino le cosiddette “Unioni civili” (Pacs), che tra l’altro non riguarderebbero solo la comunità Glbt, ma, e in larga maggioranza, le migliaia di coppie eterosessuali che decidono di vivere assieme senza però sposarsi.

 

Solo nella XIV Legislatura (2001-2006) sono state emanate leggi espressamente mirate a vietare la discriminazione in base all’orientamento sessuale, ma soltanto per adempiere ad obblighi comunitari. Infatti nel 2003 è stata recepita, tramite il Decreto Legislativo n. 216, la Direttiva 2000/78/CE sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di lavoro. In particolare, l’articolo 3, comma 3 del decreto recita: «nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell'articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona».

E solo nel 2008 è stata abrogata la disposizione che attribuisce rilevanza all’orientamento sessuale nella valutazione di entrata o permanenza nelle Forze armate, in quelle di Polizia e nei Vigili del Fuoco.

 

È evidente che nel nostro Paese c’è ancora tanto da fare, e siamo in una situazione vergognosa se paragonata alle legislazioni di altri Stati europei, come Danimarca (primo Stato in assoluto a regolamentare le unioni civili di persone dello stesso o di diverso sesso, nel 1989), Francia (1999), Germania (2001), Portogallo (2001), Regno Unito (2005), Slovenia (2005) e Svezia (1994). Senza dimenticare poi i casi dei Paesi Bassi e della Spagna dove è addirittura il matrimonio ad essere aperto a coppie dello stesso sesso, rispettivamente dal 2001 e dal 2005. E, infine, per fare un unico esempio al di fuori dell’Europa, nel 2006 anche il Sudafrica – primo, e finora unico Stato africano – ha legalizzato le unioni omosessuali.

 

L’ultima buona notizia: l’India!

Quando ormai sembrava caduto tutto nel dimenticatoio, il 2 luglio ha avuto luogo una grande vittoria per la comunità Glbt.

Con una storica sentenza, l’Alta Corte di New Delhi ha depenalizzato definitivamente l’omosessualità, giudicando legali i rapporti gay tra adulti consenzienti, cancellando la cosiddetta Sezione 377 del 1861, una legge risalente all’epoca coloniale che assimilava i rapporti omosessuali al «sesso contro natura» e li puniva con il carcere fino a 10 anni e addirittura con l’ergastolo nei casi più gravi.

Dove non arriva la politica, spesso arrivano i giudici e la giustizia. A far emettere la sentenza un gruppo di gay della Naz Foundation, che da tempo si battono per i diritti Glbt e lottano contro la pandemia dell’Aids. Ovviamente erano avversati da gruppi religiosi cristiani e musulmani.

 

Va ricordato che in India, secondo fonti governative e di Ong, sarebbero milioni gli omosessuali a rischio Aids perché in tantissimi per paura di essere denunciati e finire in carcere, non chiedono aiuto e non accedono alle necessarie cure.

 

La storica sentenza arriva dopo un dibattito avviato nei mesi scorsi tra Parlamento, Governo e giudici. Stando a quanto dichiarato dal Ministro della Giustizia, Veerappa Molly, la settimana prima della sentenza, il reato di omosessualità sarebbe stato comparato a quello di zoofilia che prevede ad oggi 10 anni di reclusione.

Inoltre il Maulana Abdul Khalik Madrasi, vice cancelliere di un’importante scuola islamica nello Stato settentrionale dell’Uttar Pradesh, aveva ricordato che «l’omosessualità è vietata dalla sharia (la legge islamica, Ndr) e proibita nell’Islam», sbarrando di fatto la porta alla depenalizzazione. In risposta, il Ministro della Giustizia aveva espresso la necessità di ascoltare tutte le forze sociali, compresi i responsabili religiosi, prima di prendere una decisione. In seguito alla grande vittoria elettorale conseguita, gli attivisti avevano visto una possibilità di sostegno alla loro battaglia in Raul Gandhi, primogenito di Sonia e segretario generale del Partito del Congresso, esempio e simbolo per i giovani indiani, dei quali incarna le aspirazioni e i sogni. E poi è arrivata la decisione dell’Alta Corte a chiudere ogni discussione.

 

La speranza adesso è che l’India diventi un esempio per gli altri Paesi che negano la libera espressione dell’essere umano.


Serena Intelisano

 

(Nella foto: particolare da The Kiss, dipinto di John Kirby, 1990)

 

(www.excursus.org, anno I, n. 1, agosto 2009)

 

                                   

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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