Anno II              n.7                   

Febbraio 2010

C'è una fatica della nostra società a confrontarsi con l'immigrazione, una realtà che è un problema ma che resta un'opportunità (Dionigi Tettamanzi)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      HOME        CHI SIAMO         IN ARRIVO         COLLABORA          LINK AMICI          ARCHIVIO      

 

 

Attualità

 

Dalla guerra al carcere:

profughi scacciati

o anche condannati?

di Jessica Ingrami

L'Italia applica i respingimenti

e centinaia di migranti vengono

riportati in Libia. Cronaca reale

di sogni infranti e ferite aperte

 

 

 

   Leggi l'articolo in PDF

 

Capita di nascere in un Paese devastato da scontri e guerre civili come l’Eritrea, di essere chiamato alle armi a 21 anni per difendere la propria patria nella Seconda Guerra Etiope-Eritrea e, sempre in nome del proprio Paese, di trovarsi a terra, coperto di sangue e non sentirsi più una gamba. Capita anche, dopo nove mesi di ricovero, di venire rimandato al fronte e di avere una voglia pazza di riabbracciare mamma e papà, lasciati chissà dove un anno prima. Quindi, capita di disertare l’esercito per andarli a trovare e ricordarsi di quel calore così lontano.

 

Poi capita che arrestano papà perché ti ha “nascosto” e ti consegni spontaneamente per evitargli guai. Tanto, si tratterà di una punizione simbolica e poi via, di nuovo tra il fuoco nemico. Invece no, capita che ti rinchiudono in carcere, ti mettono ai lavori forzati e ti costringono ad estenuanti marce sotto il sole. Allora scappi, fuggi lontano. Vai in Sudan clandestinamente, dove sei considerato a tutti gli effetti un rifugiato politico. Però i servizi segreti eritrei non ti mollano, ti braccano, sei un traditore. Entri in Libia, ti imbarchi per l’Italia, l’Europa, la salvezza. Ma la speranza muore con la motovedetta che ti riporta dove speravi di non tornare mai più.

 

Dal maggio 2009 l’Italia sta applicando una politica di respingimento verso gli immigrati provenienti dal Mar Mediterraneo che ha contato, fino allo scorso 8 settembre,1.329 respinti in Libia, senza considerare quelli degli ultimi mesi. Arrivano soprattutto da Eritrea, Etiopia, Nigeria e Somalia: Paesi dittatoriali, persecutori e disumani in cui guerra e ritorsioni sono nate insieme allo Stato. Sono persone che pagano per una speranza: quella di salvarsi, imbarcandosi in un viaggio senza esito, un po' perché i mezzi sono inadeguati e un po' perché, il più delle volte, quelli che dovrebbero proteggerli si tramutano in burocrati indifferenti alla supplica: «Please, no life in Libya!».

 

Sono uomini, donne e bambini che hanno bisogno e a cui spetta la protezione internazionale: quello di “rifugiato” è uno status riconosciuto a chiunque si trovi al di fuori del proprio Paese e non possa ritornarvi a causa del fondato timore di subire violenze o persecuzioni. Il paradosso è che la politica italiana del respingimento non consente alle persone di essere identificate: «A tutti quelli che si trovano sullo stesso gommone – afferma Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati – viene esteso lo stesso provvedimento in maniera indiscriminata e collettiva. E questo va in rotta di collisione con l’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, che dice esattamente il contrario, cioè che il richiedente asilo non può essere respinto verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate».

 

Secondo il Ministro dell’Interno Roberto Maroni, il rinvio di questi disperati a Tripoli segna una «svolta nel contrasto all’immigrazione clandestina» e sulla questione dell’identificazione risponde: «I clandestini non arrivano sul territorio nazionale ma vengono respinti alla frontiera, valutare le richieste di asilo non è quindi compito del governo italiano». Questo fa pensare che sia dovere della Libia “smistare” i respinti e accogliere le domande di protezione: una volta fatti sbarcare, le autorità italiane hanno la coscienza appagata. In realtà, l’unica cosa che accade in territorio libico è essere rinchiusi in carcere.

 

Malik ha 26 anni ed è stato respinto già due volte da quando, nel 2006, fuggì da Mogadiscio a causa delle cruenti persecuzioni del clan maggioritario del Paese, gli Hawiye, che arrivarono a trucidare suo padre per un certificato di proprietà. Al primo respingimento, Malik fu rinchiuso otto mesi nel carcere di ‘Ain Zara e appena riuscì a scappare si comprò un altro passaggio verso l’Occidente. Al secondo tentativo il suo gommone venne respinto nuovamente. E nuovamente lo spedirono in un campo di detenzione in Libia, pur essendo un rifugiato politico riconosciuto a tutti gli effetti dalle Nazioni Unite.

 

Oltre il danno, la beffa. Malik, e altri come lui, fuggono da una vita di violenze per piombare in una realtà quasi peggiore: stipati in venti in uno spazio che non è una cella, ma una tomba, in attesa di un verdetto che infliggerà loro nient’altro che nuovi soprusi, oltre alle botte di cui già fanno il pieno.

 

Il tratto di mare che i gommoni attraversano è di competenza per una parte delle autorità libiche, per una di quelle maltesi e per un’altra ancora di quelle italiane. Il rimpallo di chi debba andare loro incontro lascia spesso queste persone in mare per giorni, suscitando il senso civico di privati cittadini. Quasi ogni giorno i pescatori del Canale di Sicilia incrociano le barche colme di migranti al largo di Lampedusa e troppo spesso si trovano a sostituire Guardia Costiera e Marina Militare nei salvataggi: «Perché – come afferma il comandante del “Ghibli” Pietro Russo – quando vedi una bimba di tre mesi a mare, non pensi più ai soldi, né al tempo perso. Pensi soltanto a salvarle la vita».

 

Capita di frequente che la Guardia Costiera non abbia i mezzi per uscire col mare grosso e allora deleghi semplici marinai che molte volte si vedono affondare davanti agli occhi decine di uomini e donne, ingoiati dai flutti e ritrovati senza vita nelle reti, mangiati dai pesci. Quelli che riescono a sopravvivere alle onde vengono trovati appesi alla chiglia di un gommone affondato o seduti in bilico su tre tavole di legno, con le carni bianche dal sale: «All'inizio mi sembrava un bidone o una boa – ricorda il capitano Antonio Cittadino del peschereccio “Ofelia” – poi vidi muoversi qualcosa. Stava alzando la mano. Era un uomo».

 

Ma il salvataggio dalla furia del mare è solo l’inizio del viaggio di ritorno. Forse era quasi meglio arrivare a nuoto alla costa, tra squali e burrasche, piuttosto che riconoscere da lontano il porto di Tripoli, soprattutto quando si credeva di raggiungere Lampedusa. Lo scorso maggio 2009, dopo giorni in mare, sotto il sole e la pioggia, senza cibo, senza carburante, pigiati in uno spazio così piccolo che non si potevano distendere le gambe, la motonave Bovienzo rappresenta per decine di migranti la possibilità di essere trattati come naufraghi, di chiedere asilo e protezione. Ma dopo l'abbordaggio, la rotta non punta verso ovest, ma verso sud. Non si naviga verso Lampedusa, ma verso la Libia. E a nessuno di loro viene chiesto chi è, perché scappa, cosa lo aspetta a terra.

 

Sul molo arriva solo un camion bianco con i portelloni spalancati. Il funzionario libico sorride: «Gheddafi ama gli africani». Nessuno scende, pregano e urlano. I marinai li vanno a prendere uno per uno, li tirano, li spingono, li buttano sulla banchina a calci, li trascinano a terra mentre si strappano i vestiti per mostrare le ferite inflitte loro dalla polizia libica, la stessa alla quale li si lascia in consegna. Altri si percuotono il petto e urlano: «Shoot us!!», forse è meglio la morte che la Libia. Piano piano il camioncino bianco si riempie dei disperati e la Bovienzo riparte verso le acque italiane, lasciandosi alle spalle un silenzio che odora di condanna.

 

Jessica Ingrami

 

(www.excursus.org, anno II, n. 7, febbraio 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia