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Capita di nascere
in un Paese devastato da scontri e guerre civili
come l’Eritrea, di essere chiamato alle armi a 21
anni per difendere la propria patria nella Seconda
Guerra Etiope-Eritrea e, sempre in nome del proprio
Paese, di trovarsi a terra, coperto di sangue e non
sentirsi più una gamba. Capita anche, dopo nove mesi
di ricovero, di venire rimandato al fronte e di
avere una voglia pazza di riabbracciare mamma e
papà, lasciati chissà dove un anno prima. Quindi,
capita di disertare l’esercito per andarli a trovare
e ricordarsi di quel calore così lontano.
Poi capita che
arrestano papà perché ti ha “nascosto” e ti consegni
spontaneamente per evitargli guai. Tanto, si
tratterà di una punizione simbolica e poi via, di
nuovo tra il fuoco nemico. Invece no, capita che ti
rinchiudono in carcere, ti mettono ai lavori forzati
e ti costringono ad estenuanti marce sotto il sole.
Allora scappi, fuggi lontano. Vai in Sudan
clandestinamente, dove sei considerato a tutti gli
effetti un rifugiato politico. Però i servizi
segreti eritrei non ti mollano, ti braccano, sei un
traditore. Entri in Libia, ti imbarchi per l’Italia,
l’Europa, la salvezza. Ma la speranza muore con la
motovedetta che ti riporta dove speravi di non
tornare mai più.
Dal maggio 2009
l’Italia sta applicando una politica di
respingimento verso gli immigrati provenienti dal
Mar Mediterraneo che ha contato, fino allo scorso 8
settembre,1.329 respinti in Libia, senza considerare
quelli degli ultimi mesi. Arrivano soprattutto da
Eritrea, Etiopia, Nigeria e Somalia: Paesi
dittatoriali, persecutori e disumani in cui guerra e
ritorsioni sono nate insieme allo Stato. Sono
persone che pagano per una speranza: quella di
salvarsi, imbarcandosi in un viaggio senza esito, un
po' perché i mezzi sono inadeguati e un po' perché,
il più delle volte, quelli che dovrebbero
proteggerli si tramutano in burocrati indifferenti
alla supplica: «Please, no life in Libya!».
Sono uomini, donne
e bambini che hanno bisogno e a cui spetta la
protezione internazionale: quello di “rifugiato” è
uno status riconosciuto a chiunque si trovi
al di fuori del proprio Paese e non possa ritornarvi
a causa del fondato timore di subire violenze o
persecuzioni. Il paradosso è che la politica
italiana del respingimento non consente alle persone
di essere identificate: «A tutti quelli che si
trovano sullo stesso gommone – afferma Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto
Commissariato Onu per i Rifugiati – viene esteso lo
stesso provvedimento in maniera indiscriminata e
collettiva. E questo va in rotta di collisione con
l’art.33 della Convenzione di Ginevra sui
rifugiati, che dice esattamente il contrario,
cioè che il richiedente asilo non può essere
respinto verso i confini di territori in cui la sua
vita o la sua libertà sarebbero minacciate».
Secondo il Ministro
dell’Interno Roberto Maroni, il rinvio di questi
disperati a Tripoli segna una «svolta nel contrasto
all’immigrazione clandestina» e sulla questione
dell’identificazione risponde: «I clandestini non
arrivano sul territorio nazionale ma vengono
respinti alla frontiera, valutare le richieste di
asilo non è quindi compito del governo italiano».
Questo fa pensare che sia dovere della Libia
“smistare” i respinti e accogliere le domande di
protezione: una volta fatti sbarcare, le autorità
italiane hanno la coscienza appagata. In realtà,
l’unica cosa che accade in territorio libico è
essere rinchiusi in carcere.
Malik ha 26 anni ed
è stato respinto già due volte da quando, nel 2006,
fuggì da Mogadiscio a causa delle cruenti
persecuzioni del clan maggioritario del Paese, gli Hawiye, che arrivarono a trucidare suo padre per un
certificato di proprietà. Al primo respingimento,
Malik fu rinchiuso otto mesi nel carcere di ‘Ain
Zara e appena riuscì a scappare si comprò un altro
passaggio verso l’Occidente. Al secondo tentativo il
suo gommone venne respinto nuovamente. E nuovamente
lo spedirono in un campo di detenzione in Libia, pur
essendo un rifugiato politico riconosciuto a tutti
gli effetti dalle Nazioni Unite.
Oltre il danno, la
beffa. Malik, e altri come lui, fuggono da una vita
di violenze per piombare in una realtà quasi
peggiore: stipati in venti in uno spazio che non è
una cella, ma una tomba, in attesa di un verdetto
che infliggerà loro nient’altro che nuovi soprusi,
oltre alle botte di cui già fanno il pieno.
Il tratto di mare
che i gommoni attraversano è di competenza per una
parte delle autorità libiche, per una di quelle
maltesi e per un’altra ancora di quelle italiane. Il
rimpallo di chi debba andare loro incontro lascia
spesso queste persone in mare per giorni, suscitando
il senso civico di privati cittadini. Quasi ogni
giorno i pescatori del Canale di Sicilia incrociano
le barche colme di migranti al largo di Lampedusa e
troppo spesso si trovano a sostituire Guardia
Costiera e Marina Militare nei salvataggi: «Perché –
come afferma il comandante del “Ghibli” Pietro Russo
– quando vedi una bimba di tre mesi a mare, non
pensi più ai soldi, né al tempo perso. Pensi
soltanto a salvarle la vita».
Capita di frequente
che la Guardia Costiera non abbia i mezzi per uscire
col mare grosso e allora deleghi semplici marinai
che molte volte si vedono affondare davanti agli
occhi decine di uomini e donne, ingoiati dai flutti
e ritrovati senza vita nelle reti, mangiati dai
pesci. Quelli che riescono a sopravvivere alle onde
vengono trovati appesi alla chiglia di un gommone
affondato o seduti in bilico su tre tavole di legno,
con le carni bianche dal sale: «All'inizio mi
sembrava un bidone o una boa – ricorda il capitano
Antonio Cittadino del peschereccio “Ofelia” – poi
vidi muoversi qualcosa. Stava alzando la mano. Era
un uomo».
Ma il salvataggio
dalla furia del mare è solo l’inizio del viaggio di
ritorno. Forse era quasi meglio arrivare a nuoto
alla costa, tra squali e burrasche, piuttosto che
riconoscere da lontano il porto di Tripoli,
soprattutto quando si credeva di raggiungere
Lampedusa. Lo scorso maggio 2009, dopo giorni in
mare, sotto il sole e la pioggia, senza cibo, senza
carburante, pigiati in uno spazio così piccolo che
non si potevano distendere le gambe, la motonave
Bovienzo rappresenta per decine di migranti la
possibilità di essere trattati come naufraghi, di
chiedere asilo e protezione. Ma dopo l'abbordaggio,
la rotta non punta verso ovest, ma verso sud. Non si
naviga verso Lampedusa, ma verso la Libia. E a
nessuno di loro viene chiesto chi è, perché scappa,
cosa lo aspetta a terra.
Sul molo arriva
solo un camion bianco con i portelloni spalancati.
Il funzionario libico sorride: «Gheddafi ama gli
africani». Nessuno scende, pregano e urlano. I
marinai li vanno a prendere uno per uno, li tirano,
li spingono, li buttano sulla banchina a calci, li
trascinano a terra mentre si strappano i vestiti per
mostrare le ferite inflitte loro dalla polizia
libica, la stessa alla quale li si lascia in
consegna. Altri si percuotono il petto e urlano: «Shoot
us!!»,
forse è meglio la morte che la Libia. Piano piano il
camioncino bianco si riempie dei disperati e la
Bovienzo riparte verso le acque italiane,
lasciandosi alle spalle un silenzio che odora di
condanna.
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno II, n. 7, febbraio 2010)
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