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Già prima che
iniziasse lo chiamavano “il vertice della speranza”.
In effetti, il meeting di Copenaghen sul clima
rappresentava per milioni di persone la fine e
l’inizio di qualcosa di grande. Dal 7 al 18 dicembre
2009 centinaia di Paesi, migliaia di leader politici
ed esperti si sono riuniti per la Quindicesima
Conferenza Onu sui Cambiamenti Climatici con
l’intenzione di discutere il futuro della terra su
cui viviamo e che calpestiamo, in tutti i sensi,
ogni giorno. C’è chi pensa che il mondo stia
chiedendo aiuto, che le ultime catastrofi non siano
altro che segnali della nostra scelleratezza e del
suo lento disfacimento. C’è invece chi dice che il
pianeta vive e si muove e che naturalmente certe
cose accadono, con o senza l’intervento umano. Ma
c’è una cosa su cui l’opinione pubblica mondiale si
trova d'accordo: così non si può continuare.
I punti essenziali
da risolvere in dieci giorni di trattative erano:
stabilire quali quantità di gas serra sono disposti
a tagliare i paesi sviluppati; verificare quale sarà
la posizione delle più importanti nazioni in via di
industrializzazione, come India e Cina; trovare
strumenti per aiutare i paesi in via di sviluppo a
ridurre le emissioni ma soprattutto ad affrontare le
conseguenze dei cambiamenti climatici; e, infine,
decidere come gestire le risorse destinate a questi
obiettivi.
Il primo e più
ambizioso intento di questo vertice era, quindi,
quello di elaborare un valido sostituto al
Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2010 e
privo dell’adesione di Stati Uniti e Cina, i
principali inquinatori del pianeta. Ciò che
risultava strettamente necessario era trovare un
accordo che vincolasse i firmatari almeno fino al
2020, se non fino al 2050, nell’impegno alla
riduzione delle emissioni. Infatti, secondo
l’opinione di diversi scienziati e studiosi del
settore, allo stato attuale delle cose la
temperatura del pianeta non dovrebbe superare i 2°C,
pena disastri immani.
Ma ad aggravare
questa previsione, c’è la certezza matematica che
nemmeno dimezzare le emissioni di anidride carbonica
sarebbe sufficiente per evitare il surriscaldamento:
Stati Uniti ed Europa dovrebbero ridurre le
emissioni del’80% entro dieci anni mentre Cina,
India ed Indonesia dovrebbero semplicemente
“smettere di svilupparsi”.
Il braccio di ferro
tra Washington e Pechino ha dimostrato all’intera
assemblea la loro reale intenzione: voler fare da
soli, senza vincoli globali che minerebbero la loro
crescita industriale. Gli Stati Uniti hanno
proclamato l’intenzione di “volersi prendere le
proprie responsabilità come leader” ma poi, in
pratica, hanno proposto una percentuale di riduzione
delle emissioni irrisoria per essere il maggior
inquinatore del mondo. D’altro canto, la Cina non
vuole sentir parlare né di controlli trasparenti sul
proprio operato né di gas serra, ma di “intensità
carbonica”, ossia la quantità di Co2
emessa per unità di Pil prodotta, che è disposta a
ridurre tra il 40% e il 45% entro il 2020.
L’India avanza una
proposta sulla falsa riga di quella cinese, parlando
sempre di un taglio dell’intensità carbonica pari al
24% entro dieci anni. La Russia si impegna per una
riduzione del 25% delle emissioni nel 2020 rispetto
al 1990 e l’Europa approva un pacchetto energia che
prevede la diminuzione dei gas serra del 20% fra
dieci anni rispetto al livello del 1990.
Quel che è uscito
dall’evento più importante del 2009 è una
dichiarazioni di intenti: il testo dell’accordo
conferma l’intenzione di mantenere la temperatura
del pianeta al di sotto dei 2°C ma, quando si cerca
di capire quali siano le misure di sicurezza
adottate e ufficializzate da ciascun paese
sottoscrivente, non si trovano. E non si trovano
perché non ci sono. Ad ogni nazione è stato concesso
libero arbitrio sul target da adottare in materia di
riduzione dei gas, in cambio di una blanda promessa
a fare di più nel corso del prossimo anno.
L’unico impegno
raggiunto è stato quello riguardante gli aiuti
economici che i Paesi Sviluppati si impegneranno a
dare alle nazioni più povere, le quali, preservando
gli unici polmoni verdi del pianeta, assorbono
l’inquinamento altrui: un fondo di 30 miliardi di
dollari durante il biennio 2010-2012, che salirà a
100 miliardi di dollari entro il 2020. Denaro ed
investimenti significano, per questi Stati, la
possibilità concreta di ridurre le terribili
condizioni di vita dei propri abitanti e attirare
l’attenzione dei “ricchi” sui loro problemi: la
carestia dovuta alla distruzione dei terreni
agricoli e l’inarrestabile desertificazione dei
pascoli hanno contribuito ad alimentare guerre e
scontri interni, che si aggiungono all’arretratezza
tecnologica nel fronteggiare i cambiamenti
climatici.
Al termine del
summit, è stato chiaro per tutti il fallimento. O,
per lo meno, l’insoddisfacente raggiungimento di
risultati troppo vaghi ed imprecisi per poter
esserne sollevati. La conclusione è stata che entro
il 31 gennaio 2010 i governi avrebbero consegnato i
vincoli di riduzione delle emissioni al 2020 per
bloccare l’aumento della temperatura. Di per sé,
poteva essere una soluzione ragionevole, se non
fosse stato che gli impegni comunicati sono
sostanzialmente gli stessi resi noti un mese prima
in terra danese. Questa costante e superba
indifferenza, porta dritto dritto ad un aumento di
temperatura stimabile intorno ai 3°C.
E per non dare
l’idea di aver passato dieci giorni a discutere su
chi guadagnerà di più e chi si beccherà gli scarti,
l’assemblea ha fissato nuove scadenze e proroghe.
Bonn, conclusasi il 12 aprile, è stata la prima ed è
servita a rinnovare la volontà di agire: oltre 1.700
delegati, provenienti da 175 Paesi, hanno elaborato
la «decisione di intensificare il programma
negoziale al fine di raggiungere un risultato forte»
in vista del vertice messicano di Cancun alla fine
dell'anno. La seconda scadenza, inesistente prima di
Bonn, è stata fissata per giugno: una sessione di
incontri per arrivare ancora più pronti e, si spera,
disponibili al summit finale.
In effetti, il
Cop16 del 2010 dovrebbe essere il vero vertice
mondiale sul clima, teso al raggiungimento di un
definitivo “patto globale”. Se lo augurano anche gli
ambientalisti di Greenpeace altrimenti l’immagine,
da loro proposta durante il meeting, della statua di
ghiaccio di Berlusconi, che si scioglie sotto un
sole malato, rischia di non essere solo una campagna
d’avvertimento.
Arrivati ad un
punto di difficile ritorno come quello in cui ci
troviamo, elaborare una soluzione tempestiva e di
facile applicazione è quasi impossibile. Certo non
si poteva pensare che, in un’era in cui davvero si
dice “Dio denaro”, si potesse risolvere la questione
senza pagare ammenda. Il sacrificio è richiesto a
tutti e tutti, con modalità differenti, pagano e
dovranno pagare per questa noncuranza: i più poveri
lo faranno con la vita, stroncati da sostanze che
nemmeno le loro millenarie foreste riusciranno a
bloccare; i ricchi dovranno privarsi di denaro e di
punti percentuali del Pil.
Le soluzioni
dovevano ragionevolmente essere quelle più ovvie,
quelle che non avrebbero dovuto necessitare di un
incontro di portata mondiale per venire alla mente:
efficienza energetica, fonti rinnovabili,
bioedilizia, mobilità sostenibile, agricoltura
biologica, difesa dell’assetto idrogeologico.
Obiettivi lontani per chi non possiede nemmeno i
campi da irrigare o le tecnologie per sfruttare gli
elementi naturali, ma finalità ampiamente
accessibili per altri.
Del resto, gli
studi parlano chiaro: La media della temperatura
globale è aumentata di 0,8°C dall’inizio della
rivoluzione industriale. Le conseguenze sono tuttora
enormi: le calotte glaciali si riducono anno dopo
anno; le situazioni climatiche sono diventate
estreme e i cicloni sono in aumento. Di questo
passo, le inondazioni aumenteranno a causa dei
sempre più frequenti temporali; i ghiacciai che si
sciolgono non forniranno più acqua ai fiumi, i quali
si prosciugheranno negandoci le riserve idriche;
l’innalzamento dei mari metterà a rischio le isole e
le regioni più basse come il Bangladesh, fino a
minacciare Londra, Shanghai, New York, Tokyo, Hong
Kong e Venezia; peggioreranno siccità e carestia;
l’estinzione delle specie accelererà perché gli
animali, le piante e gli ecosistemi non saranno in
grado di adattarsi in tempo ai cambiamenti.
Una semplice via di
fuga non esiste più, questo è quello di cui
dovrebbero rendersi conto i “leader”. Il momento
della scelta è arrivato: continuare a vivere così,
almeno per qualche altra decina d’anni finché
un’alluvione inaspettata, un tifone non programmato,
un terremoto in una zona definita stabile o
un’epidemia di una malattia sconosciuta non
ucciderà; oppure darsi da fare e cercare di
rimediare per vivere più a lungo e meglio, ora che è
ancora possibile.
Jessica Ingrami
(Ps: Nell'immagine, particolare tratto da un
manifesto del Wwf sul tema)
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
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