Anno II              n.10                   

Maggio 2010

Per combattere il surriscaldamento globale abbiamo tutto ciò che ci occorre, tranne la volontà politica (Al Gore)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

Copenaghen 2009:

il pianeta non vale

i profitti nazionali

di Jessica Ingrami

Il vertice fallisce e rimanda

a Città del Messico l'intesa:

anche i gas serra avranno

i medesimi tempi biblici?

 

 

 

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Già prima che iniziasse lo chiamavano “il vertice della speranza”. In effetti, il meeting di Copenaghen sul clima rappresentava per milioni di persone la fine e l’inizio di qualcosa di grande. Dal 7 al 18 dicembre 2009 centinaia di Paesi, migliaia di leader politici ed esperti si sono riuniti per la Quindicesima Conferenza Onu sui Cambiamenti Climatici con l’intenzione di discutere il futuro della terra su cui viviamo e che calpestiamo, in tutti i sensi, ogni giorno. C’è chi pensa che il mondo stia chiedendo aiuto, che le ultime catastrofi non siano altro che segnali della nostra scelleratezza e del suo lento disfacimento. C’è invece chi dice che il pianeta vive e si muove e che naturalmente certe cose accadono, con o senza l’intervento umano. Ma c’è una cosa su cui l’opinione pubblica mondiale si trova d'accordo: così non si può continuare.

 

I punti essenziali da risolvere in dieci giorni di trattative erano: stabilire quali quantità di gas serra sono disposti a tagliare i paesi sviluppati; verificare quale sarà la posizione delle più importanti nazioni in via di industrializzazione, come India e Cina; trovare strumenti per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni ma soprattutto ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici; e, infine, decidere come gestire le risorse destinate a questi obiettivi.

 

Il primo e più ambizioso intento di questo vertice era, quindi, quello di elaborare un valido sostituto al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2010 e privo dell’adesione di Stati Uniti e Cina, i principali inquinatori del pianeta. Ciò che risultava strettamente necessario era trovare un accordo che vincolasse i firmatari almeno fino al 2020, se non fino al 2050, nell’impegno alla riduzione delle emissioni. Infatti, secondo l’opinione di diversi scienziati e studiosi del settore, allo stato attuale delle cose la temperatura del pianeta non dovrebbe superare i 2°C, pena disastri immani.

 

Ma ad aggravare questa previsione, c’è la certezza matematica che nemmeno dimezzare le emissioni di anidride carbonica sarebbe sufficiente per evitare il surriscaldamento: Stati Uniti ed Europa dovrebbero ridurre le emissioni del’80% entro dieci anni mentre Cina, India ed Indonesia dovrebbero semplicemente “smettere di svilupparsi”.

 

Il braccio di ferro tra Washington e Pechino ha dimostrato all’intera assemblea la loro reale intenzione: voler fare da soli, senza vincoli globali che minerebbero la loro crescita industriale. Gli Stati Uniti hanno proclamato l’intenzione di “volersi prendere le proprie responsabilità come leader” ma poi, in pratica, hanno proposto una percentuale di riduzione delle emissioni irrisoria per essere il maggior inquinatore del mondo. D’altro canto, la Cina non vuole sentir parlare né di controlli trasparenti sul proprio operato né di gas serra, ma di “intensità carbonica”, ossia la quantità di Co2 emessa per unità di Pil prodotta, che è disposta a ridurre tra il 40% e il 45% entro il 2020.

 

L’India avanza una proposta sulla falsa riga di quella cinese, parlando sempre di un taglio dell’intensità carbonica pari al 24% entro dieci anni. La Russia si impegna per una riduzione del 25% delle emissioni nel 2020 rispetto al 1990 e l’Europa approva un pacchetto energia che prevede la diminuzione dei gas serra del 20% fra dieci anni rispetto al livello del 1990.

 

Quel che è uscito dall’evento più importante del 2009 è una dichiarazioni di intenti: il testo dell’accordo conferma l’intenzione di mantenere la temperatura del pianeta al di sotto dei 2°C ma, quando si cerca di capire quali siano le misure di sicurezza adottate e ufficializzate da ciascun paese sottoscrivente, non si trovano. E non si trovano perché non ci sono. Ad ogni nazione è stato concesso libero arbitrio sul target da adottare in materia di riduzione dei gas, in cambio di una blanda promessa a fare di più nel corso del prossimo anno.

 

L’unico impegno raggiunto è stato quello riguardante gli aiuti economici che i Paesi Sviluppati si impegneranno a dare alle nazioni più povere, le quali, preservando gli unici polmoni verdi del pianeta, assorbono l’inquinamento altrui: un fondo di 30 miliardi di dollari durante il biennio 2010-2012, che salirà a 100 miliardi di dollari entro il 2020. Denaro ed investimenti significano, per questi Stati, la possibilità concreta di ridurre le terribili condizioni di vita dei propri abitanti e attirare l’attenzione dei “ricchi” sui loro problemi: la carestia dovuta alla distruzione dei terreni agricoli e l’inarrestabile desertificazione dei pascoli hanno contribuito ad alimentare guerre e scontri interni, che si aggiungono all’arretratezza tecnologica nel fronteggiare i cambiamenti climatici.

 

Al termine del summit, è stato chiaro per tutti il fallimento. O, per lo meno, l’insoddisfacente raggiungimento di risultati troppo vaghi ed imprecisi per poter esserne sollevati. La conclusione è stata che entro il 31 gennaio 2010 i governi avrebbero  consegnato i vincoli di riduzione delle emissioni al 2020 per bloccare l’aumento della temperatura. Di per sé, poteva essere una soluzione ragionevole, se non fosse stato che gli impegni comunicati sono sostanzialmente gli stessi resi noti un mese prima in terra danese. Questa costante e superba indifferenza, porta dritto dritto ad un aumento di temperatura stimabile intorno ai 3°C.

 

E per non dare l’idea di aver passato dieci giorni a discutere su chi guadagnerà di più e chi si beccherà gli scarti, l’assemblea ha fissato nuove scadenze e proroghe. Bonn, conclusasi il 12 aprile, è stata la prima ed è servita a rinnovare la volontà di agire: oltre 1.700 delegati, provenienti da 175 Paesi, hanno elaborato la «decisione di intensificare il programma negoziale al fine di raggiungere un risultato forte» in vista del vertice messicano di Cancun alla fine dell'anno. La seconda scadenza, inesistente prima di Bonn, è stata fissata per giugno: una sessione di incontri per arrivare ancora più pronti e, si spera, disponibili al summit finale.

 

In effetti, il Cop16 del 2010 dovrebbe essere il vero vertice mondiale sul clima, teso al raggiungimento di un definitivo “patto globale”. Se lo augurano anche gli ambientalisti di Greenpeace altrimenti l’immagine, da loro proposta durante il meeting, della statua di ghiaccio di Berlusconi, che si scioglie sotto un sole malato, rischia di non essere solo una campagna d’avvertimento.

 

Arrivati ad un punto di difficile ritorno come quello in cui ci troviamo, elaborare una soluzione tempestiva e di facile applicazione è quasi impossibile. Certo non si poteva pensare che, in un’era in cui davvero si dice “Dio denaro”, si potesse risolvere la questione senza pagare ammenda. Il sacrificio è richiesto a tutti e tutti, con modalità differenti, pagano e dovranno pagare per questa noncuranza: i più poveri lo faranno con la vita, stroncati da sostanze che nemmeno le loro millenarie foreste riusciranno a bloccare; i ricchi dovranno privarsi di denaro e di punti percentuali del Pil.

 

Le soluzioni dovevano ragionevolmente essere quelle più ovvie, quelle che non avrebbero dovuto necessitare di un incontro di portata mondiale per venire alla mente: efficienza energetica, fonti rinnovabili, bioedilizia, mobilità sostenibile, agricoltura biologica, difesa dell’assetto idrogeologico. Obiettivi lontani per chi non possiede nemmeno i campi da irrigare o le tecnologie per sfruttare gli elementi naturali, ma finalità ampiamente  accessibili per altri.

 

Del resto, gli studi parlano chiaro: La media della temperatura globale è aumentata di 0,8°C dall’inizio della rivoluzione industriale. Le conseguenze sono tuttora enormi: le calotte glaciali si riducono anno dopo anno; le situazioni climatiche sono diventate estreme e i  cicloni sono in aumento. Di questo passo, le inondazioni aumenteranno a causa dei sempre più frequenti temporali; i ghiacciai che si sciolgono non forniranno più acqua ai fiumi, i quali si prosciugheranno negandoci le riserve idriche; l’innalzamento dei mari metterà a rischio le isole e le regioni più basse come il Bangladesh, fino a minacciare Londra, Shanghai, New York, Tokyo, Hong Kong e Venezia; peggioreranno siccità e carestia; l’estinzione delle specie accelererà perché gli animali, le piante e gli ecosistemi non saranno in grado di adattarsi in tempo ai cambiamenti.

 

Una semplice via di fuga non esiste più, questo è quello di cui dovrebbero rendersi conto i “leader”. Il momento della scelta è arrivato: continuare a vivere così, almeno per qualche altra decina d’anni finché un’alluvione inaspettata, un tifone non programmato, un terremoto in una zona definita stabile o un’epidemia di una malattia sconosciuta non  ucciderà; oppure darsi da fare e cercare di rimediare per vivere più a lungo e meglio, ora che è ancora possibile.

 

Jessica Ingrami

 

(Ps: Nell'immagine, particolare tratto da un manifesto del Wwf sul tema)

 

(www.excursus.org, anno II, n. 10, maggio 2010)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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